25/11/2015
INCONTRO CON BALLANTINI - (Ristorante Jom Bar di Tresivio)

Come può definirsi il buonumore?” si è chiesto Mario Ballantini, primario di psichiatria presso l’Azienda Ospedaliera di Sondrio, ospite del nostro Club per trattare l’argomento “Il buonumore: istruzioni di uso e manutenzione”.

Ed ecco la sua risposta: “è lo stato d’animo positivo, lo star bene, potremmo persino aggiungere l’essere felice”, anche sulla base della “filosofia” di Gilbert Keith Chesterton, lo scrittore, giornalista e aforista inglese vissuto a cavallo tra l’’800 e il ‘900, uno dei suoi autori preferiti.

La socievolezza nasce intorno al fuoco, davanti ad un buon bicchiere di vino, parlando di cibo o del tempo che fa, perché è necessario partire dalla concretezza, dalla realtà, dal fine corporeo delle cose, in linea anche con la concezione cristiana della vita.

La psiche ha tre sfaccettature, è conoscitiva, intenzionale (o volitiva) e affettiva (piacere e dispiacere). L’umore dà colore alla vita con tonalità diverse che passano dal buonumore al malumore.

Originario di Livorno, laureato all’Università di Pisa, dal 1986 opera in Valtellina dove vive con la moglie, archeologa presso il Museo di Sondrio, e quattro figli, come ci ha spiegato il cerimoniere Marcella Fratta nel presentarlo con il suo curriculum vitae.

Da cosa nasce il buonumore?” si è ancora chiesto Ballantini. “Dalle sensazioni del nostro corpo, da uno stato reattivo che può derivare da un’emozione piacevole, dall’incontro con una signora, con un effetto analogo a quello che il cibo procura ai cani”.

L’umore colora il reale senza ragionamenti, ma con la soddisfazione dei bisogni istintuali. All’uomo, però, non è sufficiente appagare i bisogni primari, quali mangiare, dormire, fare all’amore, a differenza di quello che avviene agli animali, per i quali tali atti rappresentano tutto.

Il semplice bisogno istintuale conduce alla noia, mentre noi abbiamo delle facoltà che inducono la felicità o l’infelicità.

Percepiamo la realtà ma, nello stesso tempo, ragioniamo, tanto che possiamo vivere e quasi percepire qualcosa anche se non esiste, utilizzando strumenti quali il linguaggio, la cultura, l’arte, la storia, alla ricerca di un godimento intellettuale che può derivarci anche da un gioco, da una passeggiata, da una gara.

Il tutto avviene per il tramite dell’educazione e della sensibilizzazione che maturiamo nel corso della vita.

Una persona aperta, curiosa, educata è più propensa al buonumore. Un lutto influenza l’umore a causa della sensibilità, che varia a seconda del rapporto che si ha con la persona deceduta. Per l’animale, invece, il lutto non esiste e rimane così indifferente al decesso di un altro animale.

L’umore è influenzato non solo da quello che capita al soggetto, ma anche da quello che capita agli altri, l’umore serve proprio per il legame con gli altri, che ci porta a godere o soffrire.

La tendenza a promuovere il benessere di un’altra persona ci porta alla socialità, alla cooperazione con altri per vedere la felicità degli altri, che pure ci induce buonumore.

Chi non ha empatia sono gli psicopatici, mai di buonumore, che fanno male con facilità perché sono insensibili alla sofferenza altrui.

Nel mondo animale il cucciolo sviluppa da subito un comportamento competitivo, non cooperativo, che non vuol dire fare lavoro insieme, ma farlo per altri, per perseguire la finalità di aiuto.

Il comportamento cooperativo dà buonumore, quando l’altro è contento: in sostanza si gioisce con chi gioisce, si patisce con chi patisce, non si può essere felici da soli.

Al termine della relazione, numerosi sono stati gli interventi di soci, primo fra tutti quello di Don Augusto Azzalini che ha voluto sottolineare, in linea con quanto riferito dall’oratore, che il termine umore deriva da humus, terra, per cui è verissimo che la relazione tra le persone costituisce felicità, mentre la solitudine porta all’infelicità. In proposito ha ricordato come l’attuale Papa ami immergersi nella folla proprio per conseguire il buonumore, di cui è pervaso, tanto è vero che nel suo recente viaggio in Africa, ciò che lo preoccupava di più erano le zanzare, non l’approccio con la popolazione.

Sollecitato da altri interventi, Ballantini ha espresso il suo pensiero sul giornale satirico della sua zona, “Il Vernacoliere”, che una volta era eccezionale, mentre ora è scaduto ed è diventato volgare. Ha ancora aggiunto che cure veramente efficaci per gli psicopatici non ne esistono, ed ha concluso, affermando che “le persone asociali non sono allegre o hanno un’allegria amara”.

Un inno alla socialità, dunque, che può essere interpretato anche come un inno alla nostra associazione che, attraverso le riunioni, le amicizie dei soci, l’attività a favore degli altri, è sicuramente fonte di buonumore.

Angelo Schena