25/11/2016
INCONTRO CON MIRO FIORDI “BANCHE – QUALE FUTURO” (Grand Hotel della Posta)

Un intermeeting veramente interessante e stimolante quello che si è tenuto venerdì 25 novembre 2016 presso l’Hotel della Posta di Sondrio, per ascoltare il rag. Miro Fiordi, Presidente del Gruppo Credito Valtellinese, su un tema di grande attualità quale quello del futuro delle Banche in questo difficile momento storico.

Molti i soci presenti di alcuni dei Lions Club provinciali, il Sondrio Host (con il Presidente Massimo Moltoni), il Sondrio Masegra (con il Presidente e Past Governatore, Norberto Gualteroni), il Morbegno (con il Presidente, nonché Presidente di Circoscrizione, Ruggero Belluzzo) ed il Tellino (con il Presidente Lorenzo Tavelli).

Erano presenti anche il Presidente di Zona, Saverio Fedato, ed il responsabile distrettuale di LCIF, Giacomo Caruso che, dopo i saluti di rito, ha presentato le finalità della Fondazione LCIF e i suoi molteplici settori di intervento. Caruso ha mostrato un breve filmato sulle moltissime iniziative di LCIF per portare aiuto e solidarietà in tutto il mondo, ricordando che in questo periodo è particolarmente impegnato nella lotta contro il morbillo.

A Gualteroni è toccato il compito di presentare l’illustre ospite, ripercorrendo il suo ricchissimo e prestigioso curriculum vitae e le tappe della sua straordinaria carriera nel mondo bancario.

La parola è quindi passata al conferenziere che, con l’ausilio di una serie di interessantissime slide con grafici molto eloquenti e significativi, ha affrontato, con estrema chiarezza e ricchezza di particolari, il tema dell’andamento dell’economia mondiale, del posizionamento dell’Italia (pessimo) rispetto alle maggiori potenze e all’Europa, delle ricadute delle politiche dell’Unione Europea sul sistema Italia, della situazione in cui si trovano ad operare le nostre banche, con tutti i rischi e le opportunità che si possono prospettare, tenendo, per circa un’ora di affascinante relazione, vivissima l’attenzione del centinaio di persone presenti.

Parlare di banche, ha esordito Fiordi, è parlare della “vita”, perché le banche costituiscono l’anello che lega tutto e costituiscono una sorta di cartina di tornasole della società, dall’economia alle famiglie, alle imprese, ai rapporti tra gli Stati.

L’Italia dal 2008 è impantanata in una “mediocre normalità” e pochi sono i segnali di un immediato cambiamento, per cui è da prevedere che si procederà nella stessa direzione degli ultimi anni ancora per moltissimo tempo, con un PIL quasi fermo e uno sviluppo economico pressoché nullo, soprattutto nei paesi della c.d. Old Economy.

I paesi emergenti da diversi anni crescono più dei cosiddetti paesi sviluppati, soprattutto a partire dal 2008, anno cruciale innescato dalla crisi “non governata” di un gigante finanziario quale era la Lehman Brothers e da allora hanno iniziato un trend in continua crescita, divenendo il centro mondiale del business che governa i mercati.

Nel mondo occidentale, ma in particolare in Europa ed ancor di più in Italia, sono diminuiti vistosamente gli investimenti pubblici, settore trainante dell’occupazione e quindi del risparmio, spezzando la catena virtuosa “investimenti-risparmio-lavoro”; ciò anche per i limiti e le pastoie burocratiche imposti dall’Europa.

Nel 2008 il PIL dell’Italia era simile a quello degli USA, della Gran Bretagna, della Spagna, ora siamo molto al di sotto, anche di oltre otto punti.

Una questione che non viene sufficientemente tenuta in considerazione, ha continuato il relatore, ma che è di fondamentale importanza, è quella dell’attenzione verso le proiezioni demografiche: nel 2050 al mondo saremo 4 miliardi in più, di cui 3 miliardi (ben il 75%) in Africa, l’altro miliardo sarà diviso in modo equivalente tra Stati Uniti, Sud America, e Asia, mentre l’Europa crescerà molto meno, presentando un preoccupante trend di invecchiamento della popolazione, solo parzialmente mitigato dall’immigrazione; ed anche in questo caso la Germania, da tempo, sta procedendo ad un’operazione di “selezione della propria immigrazione”, privilegiando gli immigrati “laureati e cristiani”, perché, a loro parere, potranno essere il futuro del Vecchio Continente.

Da noi, invece, con l’invecchiamento della popolazione ed il mancato “governo” dell’immigrazione, mediante un’adeguata formazione linguistica, professionale e normativa, non si assisterà ad un rapido inserimento di questa nuova giovane popolazione, con conseguenti modestissimi impatti sulla produttività già di per sé inferiore a quella dei principali paesi europei.

Sempre in tema di immigrati, una grande opportunità per un Paese vecchio come il nostro sarebbe l’accoglienza dei bambini orfani (è quasi cinico pensare in tal senso) in quanto potrebbero rappresentare una grande opportunità e soluzione del nostro problema demografico, potenzialità enorme perché, se istruiti, “gestiti” e indirizzati bene, potrebbero dare dei notevoli risultati, potendosi lavorare su persone “vergini” che potranno essere “plasmate” nei migliori dei modi.

L’economia segue le vicende storiche e la crisi del mondo occidentale nasce dai cambiamenti geopolitici: il crollo del muro di Berlino e delle ideologie, specie quelle comuniste e liberali, hanno modificato l’assetto del mondo e le alleanze tra le grandi potenze mondiali.

I rischi deriveranno soprattutto dall’Asia, dall’Africa e dai movimenti euroscettici.

Tutte le previsioni sul “paese Italia” dicono che la situazione rimarrà inalterata almeno sino al 2019 e la nostra produttività, giova ricordarlo, è rimasta la stessa dall’inizio del nuovo millennio.

A suo tempo, ha aggiunto Fiordi spiegando il grafico della produttività, il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio ebbe a dire, in modo assai preveggente, che “il difficile non era entrare nell’euro, ma restarci”, non essendoci più le variazioni del cambio della “vecchia” lira e la svalutazione della nostra moneta a proteggerci, fattori che, se drogavano la competitività dei nostri prodotti, in assenza di riforme strutturali ci davano fiato per sopravvivere.

Il 4 dicembre si voterà il referendum sulla riforma costituzionale ed il suo esito potrà avere notevoli ripercussioni sulla nostra economia, in quanto un certo esito (negativo n.d.r.) sarebbe emblematico di un sistema Italia che non cambia mai e potrebbe esporci agli atti speculativi dei mercati, a un irrigidimento delle posizioni degli altri paesi europei che, preoccupati del nostro elevatissimo debito pubblico (il rapporto debito/PIL è passato dal 107% del 2007 al 132% di oggi), una debolezza che è per l’Italia un vero cappio al collo, potranno, quando vorranno, “tirare” la corda.

Inoltre la precaria situazione economica alimenta sempre più un irresponsabile populismo e, benchè l’Italia rimanga un paese fortemente europeista, l’ipotesi di uscita dall’Europa rimane dietro l’angolo, come in altri paesi europei, specie dopo l’esito del recente referendum sulla Brexit.

Gli italiani non investono più come una volta ma, proprio per le incertezze economiche, mantengono liquidi i 2/3 dei risparmi e questo è indice di un forte timore da parte dei cittadini.

“Fare banca” in questo scenario è davvero difficile, ha continuato Fiordi, anche perché scontiamo le scelte del passato che hanno portato ad avere, in Italia, un sistema bancario caratterizzato da troppe banche con un numero abnorme di sportelli/filiali, con costi incomprimibili che oggi, ai tassi d’interesse e margini finanziari così bassi, pesano molto, specie per quanto attiene i costi del personale.

Gli Stati Uniti, come sempre, fanno da battistrada ed hanno proceduto ad una serie di fusioni tra banche, con una concentrazione in sole quattro Big Banks; il loro esempio rappresenta un percorso ormai ineludibile anche per il sistema bancario europeo ed ancor più per quello italiano, che è rimasto quasi al palo anche rispetto a taluni competitors europei.

Altro tema molto importante è quello legato ai cosiddetti “crediti problematici”, vale a dire ai prestiti non restituiti o “in sofferenza”. Oltre alla crisi che ha colpito aziende e famiglie, ad appesantire la situazione gioca la burocrazia e i tempi per il recupero dei crediti, dove siamo fanalino di coda in Europa, basta dire che servono 7-8 anni in Italia contro i 7-8 mesi in Germania.

Nuove stringenti regole europee sugli stati membri in tema di aiuti al settore creditizio oggi penalizzano particolarmente l’Italia che, sotto questo profilo, ha avuto una storia abbastanza curiosa.

Dal 2010 le banche di altri paesi europei nelle medesime condizioni delle nostre, con una crescita abnorme del non performing loans, hanno chiesto l’intervento dei rispettivi Governi, utilizzando fondi europei per ripianare le perdite derivanti da tali sofferenze (in primis Regno Unito, Spagna, Irlanda e la stessa Germania che tutt’ora ha un forte sistema bancario pubblico), salvando in tal modo banche in fortissima crisi di capitali e liquidità.

In Italia lo Stato non è potuto intervenire a sostegno delle banche in crisi, anzi con l’operazione Tremonti bond (prestiti obbligazionari erogati dalle banche richiedenti) ha pure fatto la sua operazione speculativa dati gli alti tassi dei bond in questione. Verosimilmente si temeva per l’Italia che l’intervento simile a quello dei citati paesi ed in presenza di un già rilevante debito pubblico, potesse limitare la sovranità del paese come avvenuto in Grecia, posta sotto tutela dalla c.d. Troika.

Ora che il problema si ripresenta più grave per alcune banche in gravi difficoltà e che rischiano di “saltare” con conseguenze catastrofiche sull’economia, lo Stato ha deciso che il peso del salvataggio graverà sull’intero sistema bancario, con il Fondo Salva Banche Atlante, finanziato dalle banche sane, col rischio di estendere il contagio e indebitare anche le banche più forti.

Per le banche sono inoltre intervenute un’infinità di regole, 650 solo dall’inizio di quest’anno, con centinaia di pagine per ciascuna, ed anche questo crea problemi non indifferenti.

Nel frattempo l’Europa si è allargata a diversi altri paesi e nel 2010 si è decisa la creazione dell’Unione Bancaria a partire dall’1/1/2014 e, a far data dall’1/1/2016, questa ha creato, per fronteggiare la crisi bancaria, un fondo a garanzia dei depositi, finanziato dalle banche.

Nasce anche il bail-in, in contrapposizione al bail-out. Il G20 ha detto basta agli aiuti di Stato, per cui i passivi delle banche devono essere pagati dagli azionisti, dai possessori di obbligazioni subordinate ed anche dai correntisti per la quota eccedente i 100.000,00 euro.

Provvedimento scellerato, a giudizio di Fiordi, in quanto va a demolire le fondamenta su cui si poggia il sistema, vale a dire la fiducia dei risparmiatori.

Dall’1/1/2018 sono previste nuove, ancor più stringenti, regole per la redazione dei bilanci delle banche, con effetti sicuramente dirompenti a seguito della più rigida classificazione dei crediti in portafoglio che comporterà svalutazioni ancor più pesanti, creando le premesse di risultati economici negativi per le banche se non interverranno pesantemente, a loro volta, sui costi.

Di recente le banche popolari hanno anche subìto la legge che ha disposto la trasformazione in Spa di quelle con più di 8 miliardi di euro di attivi patrimoniali. In Italia sono 11, tra cui le due banche locali. La Banca Popolare di Sondrio deliberà in proposito a metà dicembre, mentre il Credito Valtellinese vi ha già provveduto, cogliendo l’occasione di modificare alcune norme statutarie, prevedendo, tra l’altro, la rappresentanza di eventuali minoranze in CdA (tre membri).

Risulta del tutto evidente che la governance della banca S.pa. è diversa da quella cooperativistica (voto capitario contro voto per ciascuna azione posseduta) e pertanto la possibilità che si formi un c.d. “nocciolo duro” indigeno (20/25% del capitale) appare pressoché inimmaginabile in quanto occorrerebbero risorse ingenti che al momento non appaiono disponibili. Potrebbero essere i fondi di investimento che peraltro già contano, insieme, di pacchetti azionari rilevanti, a farsi avanti, ma gli obiettivi dei fondi non sempre, anzi quasi mai, collimano con quelli della restante base sociale.

Insomma uno scenario molto incerto quello rappresentato dal Presidente Fiordi, che obbligherà le banche ad assumere dimensioni compatibili con il mercato per ottenere bilanci compatibili con i rischi ancora presenti, con ricavi certo non in forte espansione e con costi da ridurre drasticamente. Il tempo stringe, ma occorre anche, ha concluso Fiordi, che la politica torni a svolgere appieno il suo ruolo, senza lasciare tutto in mano ai tecnocrati, tenendo conto, secondo quanto sostenuto da Edmund Phelps, che “cambiare è molto difficile, ma non cambiare è fatale”.

Al termine dell’applauditissima relazione, molti soci sono intervenuti per chiedere ulteriori precisazioni all’illustre relatore, che ha risposto in maniera sempre puntuale, chiara e ferma.

Poco prima di mezzanotte Gualteroni ha dovuto chiudere la serata, anche se gli interventi sarebbero stati ancora numerosi, segno di quanto interesse i soci dei Club abbiano su questo argomento che diventerà, nei prossimi mesi, uno dei punti cruciali dello sviluppo economico e sociale del nostro paese e della nostra comunità.

Angelo Schena