21/02/2018
RIABITARE LA MONTAGNA: I NUOVI MONTANARI (Ristorante “Il Poggio” – Montagna Valtellina)

Aldo Bonomi, sociologo, professore dello IULM, fondatore dell’Istituto di ricerca AASTER, già consulente del CNEL e collaboratore del Corriere della Sera, ora de “Il Sole 24 ore”, direttore della rivista Communitas, autore di diverse pubblicazioni, è stato l’ospite di questa serata, presentato dal Presidente Pier Luigi Telattin.

Ha trattato un argomento di grande interesse per la nostra valle interamente montana, affrontando il tema dello “spopolamento” e “ripopolamento” delle terre alte, riferendosi alla ricerca condotta con il geografo Giuseppe De Matteis dell’università di Torino volta a catalogare gli abitanti dei luoghi montani.

Per affrontare questo tema, secondo Bonomi, bisogna partire da tre concetti teorici:

- che non esiste una città ricca senza una campagna florida

- che mentre è possibile ricostruire la campagna in città, non è possibile ricostruire la montagna

- che le differenze non stanno sul confine, nelle zone di frontiera, ma al centro, tra le grosse città.

Perché riabitare la montagna? E chi fa questa scelta?

Al termine della ricerca, condotta nelle località delle Alpi e degli Appennini, hanno individuato undici categorie di nuovi montanari:

1) lavoratori pendolari che si muovono quotidianamente dalla nostra provincia a Lecco e oltre, per necessità di lavoro o per preferenza di tipo ambientale

2) pensionati che si trasferiscono in zone montane o per scelta o per ragioni economiche, per il minor costo della vita: socializzano con i locali, sono un po’ “rompi palle”, ma rianimano la comunità

3) montanari per forza, vale a dire rifugiati o richiedenti asilo spinti da ragioni economiche che, come ovunque, creano problemi per la loro integrazione

4) dipendenti, pubblici o privati, che vengono a vivere in zone di montagna per motivi di carriera, come medici, infermieri, impiegati e dirigenti di uffici pubblici

5) persone o gruppi in fuga dal mondo (monaci, asceti), alla ricerca di un posto appartato, oppure comunità di recupero, ospedali, sanatori

6) artisti in cerca di luoghi di ispirazione

7) villeggianti in seconde case in proprietà o affitto

8) multiresidenti, che alternano il vivere in città con quello in montagna, sfruttando la possibilità del telelavoro

9) neo rurali, che non mirano tanto al profitto, ma all’autoconsumo, sono radical chic e contaminano l’agricoltura locale

10) imprenditori radicati, quali quelli dediti alla lavorazione del legno, alle segherie, ai settori energetici, al turismo

11) innovatori, che non emigrano, ma inventano qualcosa qui sul nostro territorio.

Ne è seguito un acceso dibattito al quale hanno partecipato molti soci, portando le loro esperienze personali, criticando la politica che non favorisce le attività in zone montane e la burocrazia che non aiuta i cittadini, ma li scoraggia dall’inventare una qualche attività.

Al termine il relatore ha concluso che, per cambiare le cose, non è sufficiente che si levino critiche contro lo stato delle cose (tutti siamo capaci a sciorinarne valanghe di critiche al sistema attuale), ma è necessario creare una cultura nuova, che superi quella attuale. Questo è compito delle elite (o ceto di mezzo), quindi anche dei Lions. Sono loro che devono essere promotori di azioni che possano portare ad un mutamento di mentalità e possano indirizzare verso un nuovo modello di vita e di sviluppo in montagna che sia, comunque, eco compatibile.

Angelo Schena