08/02/2017
LEONTE (Ristorante Vecchia Carbonera di Sondrio)

Libano, ore 15.55 del 27 maggio 2011, un ordigno esplode sul ciglio della superstrada che collega Beirut con l’antica città fenicia di Sidone e colpisce un convoglio italiano dell’Operazione “Leonte”. Il soldato Giovanni Memoli di 28 anni viene ricoverato in ospedale con gravissime ferite. Era il giorno in cui si celebrava la “Giornata internazionale dei peacekeeper delle Nazioni Unite”, nella quale i “Caschi Blu” commemorano i colleghi uccisi in missione in tutto il mondo.

Antonio Bettelli, ufficiale dell’esercito italiano, era l’addetto per la Difesa presso l’Ambasciata Italiana a Beirut e comandante del Sector West della missione UNIFIL nel sud del Libano.

Appena appresa la notizia si precipita, in moto, sul luogo dell’attentato ed inizia a seguire le vicende che riguardano il soldato ferito, che lo inducono ad una serie di riflessioni sulla sua vita professionale e ad un ripensamento dell’intera esistenza.

Questo episodio lo coinvolgerà a tal punto, emotivamente e professionalmente, da indurlo a scrivere un libro che non è solo il racconto di quanto accaduto, ma che lo porta a descrivere la scena geopolitica mediorientale, per diventare la “confessione appassionata di un uomo per il quale matrimonio, paternità, lealtà nella gerarchia, fame di solitudine, sete di conoscenza di mondi stranieri” sono tutti ugualmente cruciali.

Il generale Bettelli è stato ospite del nostro Club, grazie all’interessamento dell’editore romano Alberto Gaffi, ed è stato presentato dal Presidente Massimo Moltoni, che ha ricordato il suo impegno nelle operazioni di supporto alla pace nei vari ambiti internazionali del post Saddam: la provincia meridionale del Dhi Qar e l’operazione Enduring Freedom in Afghanistan. Un ufficiale che ha quindi vissuto in prima persona i rischi e i pericoli delle nostre “missioni di pace” e che è stato testimone di questo grave attacco, mai rivendicato da alcuna organizzazione terroristica.

L’autore ha spiegato le motivazioni che lo hanno indotto a scrivere questo volume, dedicato al valoroso soldato che, nell’attentato, ha perso la vista, ma non l’amor proprio ed il suo attaccamento alla vita e alla patria.

Insignito, nel 2013, della Croce d’onore alle vittime di atti di terrorismo o di atti ostili in operazioni militari o civili all’estero, Giovanni Memoli, grazie alla sua tenacia e alla ferma volontà del “suo” generale è tornato a servire l’esercito nei “Ruoli d’onore”.

Con passione e dovizia di particolari il gen. Bettelli ha ricordato questo triste episodio della sua carriera militare, che tanto l’ha segnato, per concludere con le ultime parole del suo romanzo di sofferenza, vita, speranza e rinascita: “Nel mio procedere ho invano cercato la soluzione al magico sistema e solo ora ho compreso che non vi è alcuna geometria definita, che il vivere è un susseguirsi di legami inconsapevoli, di casualità fortuite, di sincronismi astratti la cui chiave di lettura è al di fuori della dimensione umana, esiste, ma non è alla nostra portata ed è inutile cercarla. La vita non è, tuttavia, un cammino vano”.

Una relazione molto toccante, che ci ha mostrato uno spaccato di vita che, forse per noi che viviamo lontani da questi luoghi dove prevale il suono della armi, ci era sconosciuto e ci ha rivelato un nuovo modo di intendere il rapporto gerarchico tra generale e soldati, molto diverso da quello che avevamo imparato a conoscere durante l’esperienza del servizio militare.


E’ seguita una raffica di domande dei soci presenti, che hanno voluto approfondire sia i temi emersi dal racconto del generale, sia la situazione politica, religiosa, sociale, di un paese così tormentato come il Libano, alle quali il nostro ospite ha risposto con garbo e precisione, facendoci così condividere il giudizio espresso sul suo libro da Lisa Ginzburg: “Bettelli sembra trovar modo di ricomporre tessere di un mosaico interiore necessario a mantenere intatta la sua passione di vivere. Immagini non ancora sbiadite, capaci di guidare il lettore nella supposizione di cosa possa essere toccare da vicino la minaccia della guerra e la possibilità della morte, ma senza mai perdere la speranza”.

Angelo Schena